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    L’alleanza tra imprenditori e Draghi sembra durare

    L’alleanza tra imprenditori e Draghi sembra durare
    E’ alla guida del Paese da solo sette mesi, comunica poco e non si atteggia a leader mediatico, ha messo insieme destra e sinistra (tranne la Meloni, almeno formalmente): Mario Draghi sembra essere l’uomo della speranza per l’Italia. E non solo: è la garanzia per l’Europa.
    Chiamato a guidare il Paese fuori dalla catastrofe pandemica e dalla incapacità dei partiti politici, Draghi ha acceso da subito grandi speranze e grandi aspettative.
    Nei primi sette mesi come primo ministro, è riuscito a mettere ordine, portando le parti sociali a dialogare in modo responsabile, accelerando la vaccinazione e rivitalizzando l’economia.
    Ne ha parlato anche la rivista americana “Time”, inserendolo per la terza volta nella sua lista delle 100 persone più influenti al mondo.
    “Super Mario” è l’appellativo che si era guadagnato già quando era alla guida della BCE, la Banca centrale europea, garantendo sostegno concreto alle fragili economie europee e costringendo la Germania e la Francia a politiche economiche equilibrate e in grado di far fronte alle conseguenze della grave crisi partita nel 2008 negli USA.
    Oggi, guida una coalizione di partiti molto ampia ed eterogenea, compito tutt’altro che facile affidatogli dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando scoppiò l’ultima crisi politica italiana lo scorso gennaio: doveva unire i partiti, accelerare la campagna di vaccinazione, preparare un programma di riforme e investimenti credibili da inviare a Bruxelles, sfruttando il programma di aiuti europei per superare la crisi causata dall’epidemia.
    I primi risultati sono incoraggianti: oltre il 75% degli italiani di età superiore ai 12 anni ha già completato il programma vaccinale; il PIL dovrebbe salire al 6%, una cifra che non si vedeva da mezzo secolo, crescita possibile anche nei prossimi anni grazie ai fondi europei che saranno investiti nel Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (PNRR), l’ambizioso programma di riforme da 221,5 miliardi di euro presentato da Roma alla Commissione europea.
    Non sappiamo se siamo di fronte a un nuovo “miracolo italiano”, quel che è certo è che gli italiani, in gran maggioranza (quasi il 60%) lo considera una guida sicura e spera duri a lungo, qualcuno lo vede già come leader politico.
    Ma la luna di miele con Draghi è iniziata anche dalle parti sociali e in particolare dagli imprenditori. Finalmente un premier che conosce le logiche economiche e le leve per far crescere le imprese, ma soprattutto un uomo al di sopra dell’agone partitico autorevole al punto da poter finalmente intraprendere la strada delle riforme, quelle vere e indispensabili.
    Quello che lo rende credibile è innanzitutto la sua capacità di visione prospettica, di programmare a breve ma anche a medio e lungo termine, indispensabile se si vuole avviare la stagione delle riforme (anche quelle impopolari) e la fine delle politiche orientate al puro consenso elettorale che nei fatti lasciano da troppo tempo l’Italia in una palude stagnante.
    Anche Confindustria, la principale aggregazione imprenditoriale italiana sembra essere stata conquistata da Super Mario: l’assemblea degli industriali italiani, tornata in presenza, si è aperta con una lunga standing ovation per il presidente del consiglio, paragonato dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi a statisti del calibro di De Gasperi e Ciampi, “uomini della necessità” proprio come Mario Draghi.
    Il clima di rinnovata fiducia, sia interna che internazionale portata dal suo avvento a Palazzo Chigi ha indubbiamente fatto crescere la credibilità dell’Italia nel mondo e non è un mistero che l’UE consideri Draghi il garante dei soldi, tanti soldi, che l’Europa sta per versare nelle casse patrie.
    Confindustria si è schierata per un prolungamento del governo Draghi fino al 2023, alla luce dei numeri incoraggianti, come il tasso di crescita atteso superiore al 6%, e all’avvio dei tavoli che dovranno portare a riforme sostanziali come l’imposizione fiscale, il costo del lavoro, le pensioni, gli investimenti nella nostra forza produttiva industriale.
    Quello che si chiede a Draghi, in sintesi, è di garantire una politica di grandi cambiamenti che garantisca una crescita duratura negli anni a venire.
    Per questo, sarà necessario mettere al tavolo associazioni di categoria e sindacati, proponendo un “patto per l’Italia” basato su sicurezza sul lavoro, politiche attive e smart working. L’agenda è molto densa: misure per i giovani, le donne, la transizione energetica, il superamento di Quota 100, la riforma fiscale, revisione del Reddito di cittadinanza (qualcuno lo vorrebbe proprio abolite a vantaggio di politiche attive più efficaci).
    Di fronte a queste sfide che per troppo tempo la politica è stata incapace di affrontare con coraggio e responsabilità, il mondo economico e produttivo guarda al premier come l’uomo della provvidenza, capace – si spera – di far rendere utile persino la politica nazionale in un momento che molti hanno paragonato ad un nuovo dopoguerra.
    Se Draghi riuscirà a dare risposte concrete, innovative e soprattutto durature lo sapremo ben presto: finita o quasi l’emergenza sanitaria è l’ora di ricostruire, di avviare le riforme troppo a lungo attese. Forse la congiuntura storica, le tante risorse disponibili e un uomo credibile, capace di formare e guidare una squadra forte, sono fattori che raramente si presentano nello stesso momento e che ci fanno credere che questa possa essere la volta buona.
    Pietro Broccanello

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