Quale impatto potrà avere la presidenza Trump sul business delle imprese italiane che operano negli Stati Uniti? Lo ha rivelato un’indagine condotta nelle scorse settimane da Promos Italia, l’Agenzia Nazionale delle Camere di commercio per l’Internazionalizzazione delle imprese, che ha intervistato un centinaio di imprese italiane che già intrattengono relazioni commerciali con gli USA.
L’indagine si inserisce in un contesto che vede quantificati in 67 miliardi il valore degli scambi tra Italia e Stati Uniti nei primi nove mesi 2024, stabili rispetto al 2023. In particolare, cala lievemente (-1,5%) l’export italiano pari a 48 miliardi nei primi nove mesi del 2024 rispetto a 48,6 miliardi del 2023. L’import in nove mesi è di 19 miliardi e cresce del 2,8% in un anno. In crescita gli scambi che aumentano del 45,8% rispetto ai 46 miliardi dei primi nove mesi del 2019, cinque anni fa.
In testa alla classifica delle regioni italiane che intrattengono scambi commerciali con gli USA c’è la Lombardia, con 13,8 miliardi di scambi nei primi nove mesi del 2024 e un lieve calo del 2,7% in un anno; segue la Toscana con 12,3 miliardi in nove mesi nel 2024 e una crescita del 27% rispetto ai primi nove mesi dell’anno precedente, mentre al terzo posto si posiziona l’Emilia-Romagna con circa 9 miliardi in nove mesi (+3,4%). Poi ci sono Veneto con 6 miliardi di scambi in nove mesi, Lazio e Piemonte con circa 5 miliardi.
In questo contesto, la maggior parte delle imprese intervistate (34%) ritiene che il clima economico internazionale, attualmente, non sia “né particolarmente favorevole né particolarmente sfavorevole”. Il 32,9%, invece, ravvisa un quadro complessivamente positivo per l’export italiano, considerando il contesto “abbastanza favorevole”. Tuttavia, alcune aziende (19%), segnalano preoccupazioni legate a possibili misure protezionistiche, come l’aumento delle tariffe doganali, che potrebbero influire su specifici settori. La fiducia generale si basa sulla percezione di un’economia americana robusta e sulla solidità dei rapporti commerciali esistenti.
Quasi il 60% delle imprese intervistate identifica come principale preoccupazione l’aumento delle barriere doganali e tariffarie, con particolare riferimento a dazi sulle merci italiane come prodotti agroalimentari, tessili e macchinari. Questi settori, fondamentali per l’export italiano, percepiscono un possibile rischio per la competitività dei loro prodotti sul mercato statunitense. Al contrario, il 21,5% non segnala particolari timori, attribuendo maggiore peso a dinamiche interne o a strategie di diversificazione già avviate.
Il 45,6% delle imprese intervistate ritiene che la nuova amministrazione americana non influirà sulle loro strategie, tuttavia, monitora con attenzione gli sviluppi che la presidenza Trump potrà portare, mentre il 22,8% considera di poter fare possibili aggiustamenti alle strategie per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Tra le strategie principali emergono l’espansione verso mercati emergenti come il Sud-Est Asiatico e l’Africa, l’incremento di investimenti in e-commerce per raggiungere clienti finali in mercati diversificati, e lo sviluppo di partnership con aziende locali in Europa per rafforzare le filiere produttive e commerciali.
Oltre il 60% delle imprese non ha rilevato cambiamenti negli ultimi mesi a seguito dell’elezione di Donald Trump, solo il 12,7% ha notato cambiamenti, seppur non significativi. Infine, tra le misure maggiormente richieste per ampliare il business negli USA emergono il supporto nella ricerca di nuovi partner commerciali negli Stati Uniti (32,9%), l’organizzazione di missioni commerciali e fiere (20,3%%) ed una maggior assistenza legale e normativa per il 21,9% degli intervistati.
“Lo scenario più plausibile è che i flussi di scambio tenderanno naturalmente a riequilibrarsi tra le diverse aree geografiche, confermando che le dinamiche di mercato e le strategie aziendali prevalgono sulle misure protezionistiche di breve periodo – osserva Giovanni Da Pozzo, Presidente di Promos Italia -. Per le imprese italiane, questo significa che l’export verso gli Stati Uniti e altri mercati chiave continuerà a rappresentare un pilastro essenziale della crescita, grazie alla qualità, all’innovazione e alla capacità di adattarsi ai cambiamenti”. Del resto, il Made in Italy continua a mantenere un forte appeal internazionale, nonostante i contesti complessi: “L’esperienza dimostra che, al di là delle tensioni politiche, le imprese in grado di agire con flessibilità e visione strategica riescono sempre a cogliere opportunità di sviluppo nei mercati globali, in particolare in geografiche meno consolidate ma che possiedono un grande potenziale inespresso”, conclude Da Pozzo identificando nell’America Latina e nel Medio Oriente due mercati verso i quali rivolgere l’attenzione.