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lunedì, Settembre 16, 2024
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    Suicidi in carcere, non c’è più tempo

    Vale ancora la pena? Sempre, si può tornare alla vita. L’intervento di Carmelo Ferraro nel corso della maratona oratoria “Fermare i suicidi in carcere” organizzata dalla Giunta dell’Unione delle Camere Penali cui la Camera Penale di Milano ha offerto il proprio contributo.

    Qualche mese fa il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricevendo la Polizia Penitenziaria, ha dichiarato: “Sui suicidi in carcere servono interventi urgenti”.
    La maggioranza dei detenuti vive, per oltre 20 ore al giorno, in celle sovraffollate, dalle quali si esce solo nelle cosiddette “ore d’aria”. Questa situazione rappresenta una violazione dei principi e delle garanzie riconosciute dalla nostra Carta costituzionale e dall’Ordinamento penitenziario.

    I suicidi sono il prodotto della lontananza della politica e della società civile dal carcere, sono una sconfitta di tutti. E leggendo i numeri di questo fenomeno non posso che provare una grande sensazione di inadeguatezza e di impotenza, pensando che il tempo in carcere si è fermato.

    Si è fermato per chi entra e si è fermato per chi cerca di cambiare un sistema che è rimasto ancorato al passato. Non c’è più tempo; oggi, non si può morire di carcere.

    È necessario riempire di significato il tempo della detenzione, offrendo più attività culturali, lavorative, sportive e dare tutte quelle possibilità di maggiore apertura ai rapporti con l’esterno, che contribuiscono ad alleviare solitudine, depressione e senso di abbandono.

    È necessario potenziare le relazioni con i familiari e con tutte quelle figure che possono aiutare i detenuti a ricucire quello strappo che si è creato con la società.

    È necessario puntare alla formazione e sensibilizzazione del personale penitenziario, per creare reti di sostegno e di ascolto e attivare percorsi di reinserimento sociale per i detenuti, evitando di rendere il carcere un luogo di mero contenimento e stigmatizzazione, o ancora peggio il luogo della “vendetta” dello Stato.

    È necessario un maggior numero di misure alternative alla detenzione rendendo efficiente ed efficace la Giurisdizione di sorveglianza, anche destinando maggiori risorse.

    Le carceri sono luoghi delle città, non sono corpi estranei, per questo è necessaria una mobilitazione generale della società civile, per assicurare che il legame fra i detenuti e il “mondo fuori” non si spezzi definitivamente. Per questi motivi è necessario potenziare la partecipazione e l’interazione del cosiddetto “personale specializzato”: psicologi, educatori, psichiatri, pedagogisti, assistenti sociali, mediatori linguistici, personale sanitario, associazioni di volontari.

    Torniamo quindi alla domanda iniziale: vale ancora la pena? Sempre, se sapremo accompagnare e sostenere il cammino di chi è dentro le mura verso il reinserimento, valorizzando le energie e le capacità positive, la voglia di studiare, lavorare e ricostruire la propria identità. Verso un percorso di riscatto.

    “Il più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione”. (Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene)

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